30.06.2026 - Nelle ultime settimane, l’Ufficio federale della cibersicurezza (UFCS) ha ricevuto segnalazioni relative a una truffa in cui i cibercriminali sfruttano la fiducia riposta nelle piattaforme di videoconferenza. Tramite inviti a una finta riunione su Zoom, le vittime vengono indotte a scaricare un presunto «aggiornamento» necessario, che in realtà contiene malware o un tool di manutenzione remota. A livello internazionale si osservano varianti dello stesso tipo anche su Microsoft Teams e Google Meet.
Negli ultimi anni, gli ostacoli da superare per introdurre malware in un sistema sono aumentati notevolmente. I sistemi operativi moderni e i meccanismi di sicurezza forniscono all’utente informazioni sul processo di installazione e, in alcuni casi, richiedono diverse conferme. La maggior parte delle persone quindi interrompe questo tipo di procedure ai propri danni. Di norma, un’installazione senza la collaborazione degli utenti è ormai quasi impossibile. Gli hacker si vedono quindi sempre più costretti a cogliere di sorpresa le loro vittime in modo mirato e a indurle a compiere azioni che, in circostanze normali, non intraprenderebbe. A tal fine è fondamentale descrivere la situazione in questione nel modo più credibile possibile e tenendo conto dell’urgenza del momento. Attualmente l’UFCS sta ricevendo segnalazioni riguardo a un metodo ricorrente che mira proprio a questo meccanismo.
La presunta richiesta di alloggio
La genesi del primo caso segnalato all’UFCS inizia su un portale immobiliare. Un presunto potenziale acquirente ha contattato l’inserzionista proponendo di discutere le questioni in sospeso direttamente durante una riunione su Zoom. A quel punto, il presunto acquirente ha inviato un link a una propria riunione su Zoom. Il finto interessato ha comunicato che il link non funzionava e ha inviato all’inserzionista un link Zoom «alternativo». Questo reindirizzava a una pagina web di Zoom riprodotta in modo incredibilmente realistico, sulla quale una finestra pop-up richiedeva un aggiornamento urgente. La finestra pop-up faceva parte del sito web ed era stata progettata come un cosiddetto elemento «browser nel browser», in modo tale da sembrare in modo ingannevole una finestra del browser a sé stante. Anche la barra degli indirizzi del browser, in questo caso, è stata falsificata, dando l’impressione di trovarsi sulla pagina corretta di Zoom. Successivamente, la vittima è stata reindirizzata automaticamente a un’altra pagina che imitava il Microsoft Store ufficiale e che faceva apparire legittimo il presunto file di aggiornamento, installando così il malware.
La falsa riunione di lavoro
Nel secondo caso, la vittima ha ricevuto un invito a un incontro tramite il proprio indirizzo e-mail professionale. Cliccando sul link di invito, nel browser si è aperta una finestra che indicava che, per partecipare alla riunione, era necessario prima installare un aggiornamento. Anche in questo caso, la finestra pop-up era stata progettata in modo tale che la vittima credesse di trovarsi sulla pagina apparentemente corretta. Il malcapitato ha scaricato il file e lo ha eseguito. Appare evidente che il file eseguito era provvisto di una firma digitale valida, il che ha permesso di aggirare i classici meccanismi di protezione basati sulla firma.
Dietro i presunti aggiornamenti si nasconde spesso un software che consente agli hacker di accedere al sistema da remoto. Ciò può causare fughe di dati, il download di ulteriore malware o la diffusione di ransomware a livello aziendale.
Perché funziona
La situazione è familiare a molti: si sta per tenere una riunione online, si ha poco tempo a disposizione e, aprendo il link dell’invito, il software necessario non funziona o richiede improvvisamente un aggiornamento. L’aspetto insidioso di questo metodo è che gli aggressori sfruttano comportamenti quotidiani e di per sé ragionevoli a danno delle vittime. Aggiornare un software prima di utilizzarlo è una delle regole fondamentali: rispondere a questa richiesta sembra quindi una scelta particolarmente responsabile. Questo effetto è amplificato dalla dinamica della situazione al momento dell’ingresso nella riunione: la controparte è in attesa, l’appuntamento è spesso importante dal punto di vista commerciale e occorre risolvere il prima possibile un ostacolo tecnico. In questo scenario, inoltre, le classiche raccomandazioni di protezione risultano inefficaci. In questo modo, la verifica dell’URL non funziona nella variante «browser nel browser», poiché la presunta barra degli indirizzi non appartiene affatto al browser, ma è riprodotta come immagine sul sito web di phishing.
Raccomandazioni
- Cliccate sugli inviti alle riunioni solo se sono effettivamente in programma e se conoscete con certezza il mittente.
- Quando possibile, partecipate alle riunioni virtuali direttamente tramite il programma installato e non tramite un link che vi è stato inviato.
- Scaricate gli aggiornamenti software per Zoom, Microsoft Teams o Google Meet esclusivamente tramite i programmi già installati o dal sito ufficiale del produttore.
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Ultima modifica 30.06.2026



